Quando si gira per gli Stati Uniti o per i Paesi Scandinavi pagare in contanti un capo di abbigliamento o al ristorante non è cosa vista di buon occhio. Se poi si presenta un pezzo di grossa taglia, ecco che l'esercente di turno comincia a fissare con uno sguardo sospettoso, dubitando dell'onestà della persona-cliente. Questo perché, per questioni finanziarie, di anti-reciclaggio e di anti-evasione fiscale, nei Paesi sopra citati, si paga, quasi sempre, con la carta di credito.

Ne è passato di tempo, da quando nel 1950 fu strisciata la prima carta di credito, che venne chiamata Diners, perché fu utilizzata per estinguere il conto di una cena al ristorante. Oggi, il successo del denaro di plastica è universalmente riconosciuto e permette di fare acquisti in tutto il mondo, anche senza il bisogno di cambiare valuta.

In Italia, le carte di credito sono destinate, grazie alla Manovra del governo Monti, che prevede l'uso del "denaro di plastica" per spese sopra i 500 euro, ad acquisire un'importanza sempre maggiore nelle transazioni quotidiane. Inoltre, va ricordato che nel nostro Paese, le prestazioni professionali per un ammontare superiore a 100 euro vanno pagate, secondo la Finanziaria del 2008, non in contanti ma tramite l'uso di assegni, carte di credito o di debito.

Fu lo scrittore Edward Bellamy ad inventare il termine "denaro di plastica", immaginando quella che sarebbe stata la carta di credito. Il letterato, però, non poteva prevedere che saremmo arrivati al punto di escogitare sistemi come la carta MasterCard PayPass, che permette l'acquisto al di sotto dei 25 euro, passando semplicemente la carta su di un sensore magnetico. La domanda che, di conseguenza, nasce spontanea è: il denaro di plastica riuscirà a sostituire quello di carta? Sembra proprio che l'Occidente abbia imboccato, da tempo, questa strada.